Un’analisi della trasformazione urbana

Milano è sempre stata una città che attira, assorbe e trasforma. È successo con le grandi migrazioni interne del Novecento, quando mezzo milione di persone dal Sud e dal Nord-Est vi trovarono opportunità che i loro territori non offrivano, e oggi questo dinamismo assume una forma nuova e globale: la città – con il suo hinterland – è diventata il principale polo migratorio d’Italia. Chi vuole capire che cosa sarà il nostro Paese tra venti o trent’anni può guardare Milano: un laboratorio permanente in cui si sperimentano ogni giorno processi di integrazione, convivenza e mobilità sociale.

Secondo stime recenti, Milano conta 300.000 residenti stranieri regolari, 80.000 cittadini naturalizzati e circa 30.000 persone senza permesso: il 29% degli abitanti. Quasi uno su tre ha origini straniere. Non è solo un dato demografico: è una realtà che si riflette nel mercato del lavoro, nella scuola, nei servizi, nei quartieri, nelle interazioni quotidiane. E perché tutto questo funzioni, servono strumenti efficaci e radicati nel territorio.
Uno di questi strumenti è Rete Scuole Senza Permesso, iniziativa volontaria nata vent’anni fa e oggi realtà riconosciuta come una delle esperienze più importanti nella città in tema di inclusione linguistica.

Una città che attrae: nuove dinamiche migratorie

Milano è ricca, dinamica, aperta al cambiamento. La sua capacità di attrazione supera confini geografici, culturali e sociali. Come negli anni delle migrazioni interne, anche oggi la città richiama persone con profili diversissimi: altamente qualificate, in cerca di specializzazione, oppure in fuga da instabilità, o solo desiderose di un lavoro che altrove non trovano.

“L’alta concentrazione di lavoro ricco attrae inevitabilmente una altrettanto alta concentrazione di lavoro a basso reddito”

Il sociologo Maurizio Ambrosini sintetizza così il funzionamento della metropoli globale: «L’alta concentrazione di lavoro ricco attrae inevitabilmente una altrettanto alta concentrazione di lavoro a basso reddito

Il benessere di una parte della popolazione si regge sulla presenza di lavoratori indispensabili: nella logistica, nella ristorazione, nella cura alla persona, nell’hospitality, nei servizi alle famiglie e alle imprese. Professioni spesso considerate “lavoro povero”, ma che tengono in piedi la città dei consumi, delle relazioni e degli spostamenti. E molti di questi lavoratori hanno titoli di studio medio-alti: ingegneri, infermieri, tecnici. Il passaggio migratorio li costringe però a ripartire da posizioni più basse.

Comprendere questa dinamica è decisivo per leggere la migrazione contemporanea. Per governarla servono strumenti che valorizzino gli aspetti positivi — l’apporto demografico, la forza lavoro giovane, la diversità culturale — e affrontino quelli critici: sfruttamento, marginalità, devianza, irregolarità amministrativa. Non si tratta di registrare numeri, ma di offrire percorsi concreti di integrazione.

La prima necessità del migrante: imparare la lingua

La lingua è la porta d’ingresso a ogni dimensione della vita sociale: lavoro, casa, salute, istruzione, diritti e doveri. Non conoscere l’italiano significa dipendere da altri, non capire cosa si firma, non sapere a chi rivolgersi.

Il sistema pubblico e privato dell’istruzione offre opportunità significative, ma non sempre adatte alle esigenze dei migranti adulti. Molti arrivano a metà dell’anno scolastico; altri hanno orari di lavoro irregolari; altri sono privi di documenti, non possono accedere ai corsi istituzionali; altri ancora non hanno i soldi per pagare i corsi. È qui che si apre una zona grigia, spesso trascurata, che rischia di trasformarsi in un ostacolo all’inclusione.

“Riconoscere nello straniero una parte della nostra storia di migranti”

A partire dagli anni Ottanta, in questo cono d’ombra si è innestata una delle risposte più intelligenti e solidali della città: le scuole gratuite di italiano per stranieri, nate dal basso, da quando Milano aveva meno di 20.000 residenti stranieri. Le prime comunità erano composte soprattutto da colletti bianchi europei – svizzeri, francesi, tedeschi -, da poche centinaia di filippini, egiziani, cinesi e da decine di altre provenienze.

Già allora si intuì che bisognava riconoscere nello straniero una parte della nostra storia di migranti e costruire accoglienza attraverso la relazione quotidiana e l’insegnamento della lingua.
Da questa intuizione sono nate scuole in parrocchie, circoli operai, collettivi femministi, sindacati, associazioni cattoliche e laiche, gruppi spontanei. Oggi, tra Milano e hinterland, sono oltre cento: un patrimonio civile straordinario che continua a crescere.

2005: nasce Rete Scuole Senza Permesso

Venti anni fa cinque di queste scuole decisero di coordinarsi per confrontarsi, crescere insieme e rispondere meglio alle nuove sfide. Da quell’incontro nacque Rete Scuole Senza Permesso, con un nome che porta con sé un messaggio forte: la lingua italiana deve essere accessibile a tutti, anche a chi non ha un titolo di soggiorno.

Questo principio è rimasto identico nel tempo. Nemmeno oggi al momento dell’iscrizione viene richiesto il permesso di soggiorno. Una scelta politica e pedagogica insieme: la lingua come diritto, la scuola come ponte, mai come barriera.

Una realtà in continua crescita

Negli anni la Rete si è ampliata coinvolgendo scuole con una grande varietà di storie, identità e riferimenti ideali. Questa pluralità è diventata una risorsa, riflette la complessità e la ricchezza della città.

Oggi la Rete conta:

  • 38 scuole tra Milano e hinterland –
  • 700 volontari attivi
  • 7.000 iscritti
  • 19.000 ore di lezione annuali

Numeri rilevanti, che raccontano però solo una parte della realtà. Dietro ogni ora di lezione c’è un incontro: un racconto, un percorso che si riapre, un piccolo passo verso la cittadinanza. La Rete è una comunità pedagogica diffusa e unita da principi semplici, radicali: accogliere, non giudicare; offrire strumenti concreti; promuovere autonomia, non limitarsi ad una assistenza episodica. Mancano però spazi adeguati.

Una Rete che dialoga col territorio

La Rete è un corpo immerso nella città. Una delle sue caratteristiche è la capacità di collaborare con la pubblica amministrazione e con il sistema dei servizi, mantenendo la propria autonomia.

“La Rete, un corpo immerso nella città”

In particolare, la Rete lavora a contatto con il Milano Welcome Center, luogo aperto e gratuito nel quale migranti e rifugiati possono trovare fin dall’arrivo informazioni, orientamento, assistenza, indirizzamento ai corsi di italiano… Si crea così un sistema integrato, in cui ogni attore — pubblico, privato sociale, volontariato — svolge un ruolo complementare.

Le classi per sole donne, autonomia e cittadinanza

Alcune scuole della Rete offrono corsi riservati alle donne, spesso con servizio di baby-sitting per chi arriva con figli piccoli. È una scelta che nasce dall’osservazione delle difficoltà specifiche delle donne migranti: carico familiare elevato, cura della casa e dei bambini, scarse relazioni sociali. Tutti fattori che possono impedire loro di apprendere l’italiano. Offrire spazi protetti e dedicati significa poter studiare, costruire autonomia e partecipare alla vita della città. E questo ha un impatto diretto anche sui figli, spesso nati in Italia: il loro percorso verso la piena cittadinanza dipende in buona parte dal grado di inclusione dei genitori, in particolare delle loro madri. Mancano però spazi adeguati.

Il nodo dei MSNA: un’urgenza educativa

Tra i protagonisti delle scuole ci sono anche i Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA), uno dei gruppi più fragili e più esposti della migrazione contemporanea. La Rete collabora con le comunità di accoglienza offrendo corsi integrativi di italiano, attività culturali e ludiche, momenti di stabilità relazionale.

“La lingua, la scuola, la relazione primo argine alla marginalità”

Il rischio è reale: se i MSNA non vengono seguiti con continuità, possono scivolare in percorsi di devianza o microcriminalità. Molti arrivano con viaggi drammatici, portano traumi, vivono senza figure adulte stabili. La lingua, la scuola, la relazione sono il primo argine alla marginalità, la prima occasione per ricostruire sicurezza e fiducia. Per questo, nelle scuole della Rete, una lezione non è solo un atto didattico: è un presidio educativo, un riferimento sicuro, e un luogo in cui sentirsi riconosciuti. Mancano però spazi adeguati.

Chi sono i “senza permesso”

Il termine “senza permesso” spesso crea fraintendimenti. Nelle scuole della Rete significa semplicemente persone in attesa di regolarizzazione. E i numeri lo confermano:

  • la maggior parte degli irregolari diventa regolare nel giro di pochi anni tramite sanatorie o decreti-flussi (oltre 2 milioni in Italia negli ultimi tre decenni);
  • secondo una ricerca della Università Statale di Milano condotta tramite un questionario anonimo, il 90% degli studenti irregolari delle scuole della Rete lavora o cerca lavoro.

I “senza permesso”: persone in attesa di regolarizzazione

Sono persone che già contribuiscono all’economia della città. Dare loro la lingua significa aumentare sicurezza, qualità del lavoro, mobilità professionale. Significa permettere ai datori di lavoro di comunicare meglio, ridurre rischi e incomprensioni. La lingua anticipa l’inclusione. Costruisce diritti. Dà forma ai doveri.

Il valore culturale: “Le parole sono ponti”

L’8 novembre la Rete ha celebrato vent’anni di attività con il convegno “Le parole sono ponti”, che ha visto la partecipazione di esperti, operatori, ricercatori, volontari e studenti. Un momento di bilancio e di rilancio: la composizione sociale della città continua a cambiare e l’integrazione linguistica oggi è più necessaria che mai, richiede risposte solide. Le “parole” sono davvero ponti: permettono di capire e farsi capire, attraversare distanze culturali, prendere posto in una comunità.

Un riconoscimento meritato: l’Ambrogino d’Oro

Rete Scuole Senza Permesso riceverà dalle mani del sindaco il più alto riconoscimento cittadino per una organizzazione: il certificato di benemerenza civica. Si tratta di una premiazione dal valore simbolico profondo: riconosce il contributo straordinario di centinaia di volontari; valorizza un’esperienza ampia e duratura di coesione sociale; riflette sulla società multietnica e plurale; afferma che Milano considera la conoscenza della lingua un bene pubblico.

In un periodo storico segnato da tensioni sulla mobilità umana e dalla difficoltà di discutere serenamente di immigrazione, questo riconoscimento rappresenta un messaggio politico e civile chiaro: la città si costruisce abbattendo i muri del razzismo, della xenofobia e dei nazionalismi.

(Guarda il video della premiazione: L’Ambrogino d’oro alla Rete Scuole Senza Permesso: il video della premiazione)